Mi guardano e si stupiscono. Mi chiedono come faccia a sorridere così tanto quando cinque minuti prima non avevo voglia neppure di sentire il verbo ”sorridere”. Mi guardano e si stupiscono, ma non l’hanno capito che io non sono strana.
Cosa c’è di male nell’essere tristemente allegri?Posso essere felicità e tristezza, disordine e ordine, allegria e malinconia. Non c’è da meravigliarsi se un attimo prima i miei occhi parlano d’amore e brillano, e due minuti dopo sono spenti e attraversati solo dal buio.
Non sono strana, vorrei esserlo, anzi vorrei essere migliore, questo si.
Sono solo un po’ scostante, e sempre in bilico su quel filo così troppo sottile , sempre in preda alla paura di sprofondare nell’ eccesso, o di sprofondare esattamente nel verso opposto.
Cinque minuti prima mi vedi annuire,parlare, giocare come se niente fosse, mi vedi forte, e quando voglio so che posso esserlo, cinque minuti dopo mi vedi accigliata, pensierosa, mutata , immersa in una sorta di apparente fragilità in contrasto con ciò che mostro al mondo.
Eppure io mi definisco una persona abbastanza solare, dura quando serve, dolce con chi lo merita. Il problema è che non sono costante nell’ esserlo. Ad esempio potrei amare la luce ma da un momento all’altro invece, preferire il buio e sceglierlo per farmi compagnia.
Non dovremmo permettere a nessuno di diventare ”indispensabile”. Non dovremmo permettere a nessuno di sconvolgerci in maniera eccessiva mente e cuore. Non dovremmo permettere a nessuno di entrare così profondamente nel nostro essere, di renderlo addirittura una parte di noi. Non dovremo permettere che qualcuno venga e si depositi proprio lì, in quel posto, io lo chiamo ”ripostiglio” in cui vi sono custodite una ad una tutte le cose più belle, le canzoni ascoltate in una notte d’estate, le parole sussurrate in un freddo Novembre, i pensieri proibiti, i sorrisi tra la le lacrime, l’immagine di due occhi, nonostante il tempo,sempre così chiara, così vivida.
Una volta che qualcuno entra lì e prende posto tra quelle cose, in quegli attimi di vita, si crea un nuovo spazio, si allarga il ripostiglio; prendono vita progetti, desideri, aspettative, e in queste c’è proprio lei, quella persona a cui abbiamo permesso di avvicinarsi, di esplorarci, quella persona a cui abbiamo affidato anche per un attimo la chiave per poter entrare. Quando una persona poi vi entra, è difficile che esca, è difficile poterla mandare via, automaticamente diventa cosa bella anche lei. Il problema però, sorge quando è questa che decide di andarsene, che decide che quello non è il suo posto. Allora a quel punto, non puoi trattenere con la forza chi non può, chi non vuole restare , ma devi lasciarla andare, devi prendere la chiave e lasciarla uscire, nonostante il vuoto che poi provocherebbe, nonostante in un secondo, tutto vada in frantumi, nonostante tu sappia che quel ”ripostiglio”, il tuo ripostiglio abbia perso tra tutte, la cosa più bella.
Non è sempre necessario apparire forti. Anzi, molto spesso è necessario prenderci tutto il tempo per essere deboli, per piangere se necessario, per crollare, ne sentiamo il bisogno. Non possiamo fingere sempre che vada tutto bene, non è necessario. Anche i muri più forti prima o poi crollano, anche le montagne a poco a poco si sfaldano, anche il mare si infrange continuamente contro i suoi scogli. Così noi assomigliamo a loro: sentiamo l’esigenza di chiuderci nel silenzio, tra i nostri sospiri, nel nostro io, nella parte più intima di noi in cui a regnare è uno stato di calma apparente;siamo un po’ come il fuoco sotto la cenere, siamo un po’ come il ghiaccio che si scioglie al comparire di quel raggio di sole. Contrariamente a quanto si possa pensare, concedersi anche quel poco di spazio solo per noi stessi, soli con la nostra parte più scura, quella che ci fa paura, che molto spesso ci domina, che non ci fa vedere nient’altro se non il grigio e poi subito il nero, ci aiuta. Ci aiuta a capire che questo non vuol dire essere deboli, anzi, vuol dire essere abbastanza coraggiosi da saper camminare nel buio, da inciampare, da avere la paura di calpestarsi ma trovare la forza per poi correre più veloce, da ritrovare la strada nonostante questa sia priva di ogni segnaletica , abbastanza coraggiosi da aver capito che la debolezza non risiede nel pianto, quello è solo uno sfogo. La debolezza sta nel ” non ne vale più la pena”, nel decidere di restare immobili e passivi, nel rifiuto della luce, nel totale abbandono a una condizione di misera rassegnazione umana.
Le parole hanno un peso. Pronunciale con cautela. Non buttarle lì, tanto per riempirti la bocca. Soprattutto quando ti rivolgi a qualcuno che ami, misurale. Una parola cattiva, urlata magari soltanto per rabbia o per stanchezza, può lasciare dei segni che nemmeno ti immagini. Ferite profonde che perdono sangue anche a distanza di anni. E lo so che la ragione non sempre può vincere contro l’istinto. Ma alle parole, quando proprio sei fuori di te o non sai cosa dire, prediligi il silenzio.